Dalla Riviera del Corallo al jet set

Articolo #05 – La Sardegna turistica in 6 tappe

(raccontata da Franco Atzeri)

Quando si parla di turismo in Sardegna, spesso si parte dalle cartoline: mare, luce, vento. Mio padre Franco, invece, parte quasi sempre da una domanda più scomoda (e molto più utile):

>>> come ci arrivano, le persone, qui?

Perché la verità — dice — è che la bellezza non basta. La bellezza va “connessa”. E la storia del turismo sardo, se la guardi da vicino, è soprattutto questo: una serie di intuizioni logistiche, scelte industriali, scommesse (alcune geniali, altre naufragate) che hanno trasformato un’isola in una destinazione internazionale.

Ecco la sua linea del tempo. Stessa lunghezza, ma con tutte le tappe in mezzo.

1) Anni ’50: Alghero, la prima porta (quando i pionieri parlavano inglese)

Franco lo dice senza giri: il primo turismo organizzato in Sardegna nasce ad Alghero, sulla Riviera del Corallo, con i primi flussi di visitatori inglesi nel dopoguerra. Non è un dettaglio romantico: è proprio il “punto zero” del racconto. Alghero aveva già allora un mix raro per l’epoca — mare, identità culturale forte (e quel centro storico che sembra fatto apposta per far innamorare chi arriva da lontano) — e soprattutto un aeroporto operativo, un vantaggio enorme in quegli anni. 

È qui che Franco inserisce anche un’altra chiave: Alghero non era soltanto bella, era accessibile. E quando una destinazione è accessibile prima delle altre, spesso diventa il laboratorio dove tutto inizia.

2) 1963: Aga Khan e Costa Smeralda (il lusso nasce da una rotta, non da una brochure)

Il 1963 è lo spartiacque. Franco lo racconta come un cambio di asse: con l’arrivo del principe Karim Aga Khan, la Sardegna non entra “semplicemente” nel turismo di lusso — sposta il baricentro del lusso mediterraneo dalla Costa Azzurra alla Gallura. 

Ma la parte davvero strategica, nella sua memoria, non è l’estetica. È la logistica.

“Come puoi portare gli americani ricchi dalla Costa Azzurra se non c’è il collegamento aereo?” 

Da lì nasce la visione: non solo hotel e porti, ma collegamenti. Franco cita le rotte che aprono Olbia al mondo — Milano, Roma, Nizza, Ginevra — e soprattutto quel concetto quasi “geopolitico” che lui attribuisce all’Aga Khan: intercettare i flussi dove già esistono (Costa Azzurra) e spostarli in Sardegna con un ponte diretto. 

Qui sta la lezione: la Costa Smeralda non è solo un luogo. È un sistema.

3) Fine ’60 – primi ’70: il mare accelera, il Sud si accende (Bastogi e l’effetto “canguro”)

Mentre il Nord vola, il mare cambia passo. Franco racconta l’impatto del gruppo Bastogi, che rivoluziona i collegamenti marittimi con i traghetti roll-on/roll-off: auto e pullman entrano ed escono come in un parcheggio, e l’isola diventa improvvisamente più “vicina”. 

È anche l’epoca in cui — sempre secondo il racconto di Franco — iniziano a costruirsi le condizioni per il grande salto del Sud: Santa Margherita di Pula diventa un nuovo polo, e poco dopo nasce un progetto destinato a cambiare la percezione internazionale dell’ospitalità sarda.

4) 1967–1970: l’asse Mattei–Forte e il modello dei grandi volumi d’élite

Qui la storia sembra scritta da un romanzo industriale. Franco collega la nascita del Forte Village a una convergenza di visioni e relazioni: Enrico Mattei (ENI), la mediazione del Cavalier Martelli, e l’arrivo di Charles Forte, imprenditore dell’hotellerie internazionale. 

Il Forte Village, per come lo descrive Franco, non è “un hotel”: è una macchina dell’accoglienza, pensata come villaggio di lusso capace di arrivare a 1.500 ospiti.

E soprattutto fa una cosa decisiva: internazionalizza il Sud con collegamenti charter diretti Londra–Cagliari

In questa fase, la Sardegna impara un’altra regola: non basta essere desiderabili. Bisogna essere “prenotabili”.

5) Anni ’70: quando i pionieri diventano “di casa” (e Franco entra in scena)

È qui che il racconto diventa anche famiglia.

Negli anni ’70 Franco non parla solo di “storia del turismo”: parla di lavoro vero, di gavetta, di operatività quotidiana. In quegli anni gestisce assistenza e logistica a terra dei charter dal Regno Unito e coordina tour ed escursioni per gruppi svizzeri, settimana dopo settimana. 

È un passaggio cruciale perché spiega da dove nasce il DNA dell’incoming fatto bene:

  • attenzione maniacale ai dettagli,
  • rete locale affidabile,
  • capacità di trasformare un luogo in un’esperienza (prima ancora che esistesse la parola “experience”).

E soprattutto: è in quegli anni che si capisce che il turismo non è un destino naturale dell’isola, ma una competenza.

6) Anni ’70–’80 e oltre: i nuovi poli, le occasioni mancate e le tre scelte per il futuro

Intanto la Sardegna si diversifica. Franco cita nuovi poli e nuovi investitori: Chia Laguna (Ingegner Monni), Costa Rei con capitali stranieri, Tanka Village e l’interesse di grandi gruppi nazionali (con riferimenti anche a Ligresti).

Ma nella sua intervista c’è anche il capitolo più utile (e più duro): quello dei “no” che hanno fatto male.

Il caso Alghero: la pioniera che rischia di restare ferma

Franco la definisce un caso emblematico: Alghero è stata la porta, ma poi ha sofferto per mancanza di rinnovamento e per progetti arenati. Cita il fallimento di iniziative come il centro congressi di Maria Pia e il campo da golf di Olmedo

E ricorda come su Alghero abbiano pesato anche dinamiche di mercato e di operatori storici, con riferimenti a Thomas Cook e alla famiglia Giorico, oltre alla figura di Giancarlo Capit (ex direttore del Consorzio Costa Smeralda, oggi legato ad Alghero). 

Le tre scelte strategiche (che tornano sempre nel racconto di Franco)

  1. Turismo e trasporti devono respirare insieme
    Per Franco il punto è semplice: senza cooperazione reale tra chi promuove e chi collega, la Sardegna resta un capolavoro… isolato. Lo dice così:

“Il suggerimento più semplice è quello che vadano d’accordo con l’assessore ai trasporti… per creare una vera continuità.” 

  1. Destagionalizzare con infrastrutture “intelligenti”
    Franco insiste su ciò che manca per lavorare 12 mesi: infrastrutture come campi da golf e centri benessere, spesso frenate da resistenze e polemiche. 
  2. Professionalizzare: dal “servilismo” al servizio
    La qualità non si improvvisa. Franco cita scuole, master, formazione — e l’idea che oggi il turismo possa (e debba) essere guidato da figure competenti, “manager” della destinazione. 

E su tutto, la sua frase più netta resta un avviso ai naviganti:

“Non dobbiamo puntare a una massificazione del turismo che è devastante.”

Conclusione: la Sardegna non è “nata” turistica. È stata progettata.

Se metto insieme le tappe di Franco — Alghero, Aga Khan, Bastogi, Forte, i nuovi poli, le occasioni mancate — mi resta una verità molto pratica:

il turismo sardo è una costruzione.

Fatta di visioni, infrastrutture, collegamenti, capitale umano. E oggi, se vogliamo davvero proteggere la nostra esclusività, non possiamo limitarci a raccontare la Sardegna: dobbiamo continuare a organizzarla bene.

Perché la natura è un dono.
Ma la qualità — quella no — è un mestiere.

Andrea Atzeri

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