Pinuccio Sciola e il suono della pietra
Rubrica a cura di Dario Sequi

Non tutta l’arte chiede di essere guardata.
Alcuna chiede di essere ascoltata.
Lo scatto che ho scelto per aprile nasce da lì.
Da un incontro che non assomigliava a un set.
Assomigliava a una soglia.
Era l’estate del 2004.
La Sardegna aveva quel modo preciso di restare addosso: il vento caldo, la luce che vibra sulle pietre, il sale sospeso nell’aria. In quell’atmosfera incontrai Pinuccio Sciola. Non ricordo soltanto il suo volto. Ricordo la presenza. Il modo in cui si avvicinava alla materia senza forzarla. Come se prima di toccarla dovesse ascoltarla.
Davanti alle sue pietre sonore si capisce una cosa semplice.
La materia non è muta.
Siamo noi, spesso, ad arrivare troppo in fretta.
Questa fotografia tiene insieme tre presenze.
Pinuccio.
La pietra.
L’ascolto.
Accanto a lui, una figura femminile si inclina verso la scultura quasi a cercare un varco. Non osserva soltanto. Si affida. È un gesto raro. Oggi siamo abituati a guardare tutto e ad ascoltare poco. Questa immagine, invece, rallenta. Chiede un altro passo. Non il passo di chi consuma. Il passo di chi entra in relazione.
È qui che, per me, la fotografia smette di essere solo immagine.
Diventa traccia di una vibrazione.
Le pietre sonore di Pinuccio Sciola non stanno ferme, anche quando sembrano immobili. Portano dentro il vento, il tempo, la ferita e il suono. Non sono sculture da contemplare a distanza. Sono materia che risponde. Nel mio ricordo, Pinuccio non lavorava la pietra per imporle una forma. Cercava piuttosto di liberarne una voce. Ed è una differenza enorme.
Il bianco e nero aiuta.
Toglie il rumore.
Lascia la struttura.
Restano le linee incise nella roccia.
Restano i volumi.
Restano i corpi che si avvicinano.
Resta, soprattutto, il silenzio prima del suono.
In Sardegna la pietra non è mai soltanto pietra.
È memoria.
È resistenza.
È tempo che non ha fretta di spiegarsi.
Per questo considero questo scatto più di un ritratto.
È una piccola dichiarazione di appartenenza.
Dice che questa terra non si lascia capire in superficie. Va attraversata. Va toccata con rispetto. Va ascoltata, prima ancora di essere raccontata.
Quando attraverso il mio obiettivo persone come Pinuccio Sciola, torno sempre allo stesso punto. Fotografare, per me, non significa fermare qualcosa. Significa custodire ciò che rischia di sparire se passiamo troppo veloci. Una vibrazione. Un gesto minimo. Un dialogo invisibile tra un uomo e la sua terra. Forse è questo che questa immagine continua a lasciarmi.
L’idea che le cose più vere non fanno rumore per imporsi.
Suonano.
Ma solo per chi decide di fermarsi abbastanza.
Dario Sequi