Mangiabarche non concede fretta
Ogni mese, in Appunti di Famiglia, una fotografia ci aiuterà a raccontare la Sardegna da un’altra angolatura. Non per aggiungere un’immagine al racconto, ma per rallentarlo. Ci sono luoghi che non chiedono di essere spiegati in fretta. Chiedono uno sguardo capace di restare. Per questo abbiamo voluto la prospettiva di Dario Sequi dentro questa rubrica: perché la Sardegna non si racconta da una sola voce, né da una sola distanza. Ha bisogno anche di occhi che sappiano leggere la luce, il vento, l’attesa, la materia. La prima foto del mese ci porta davanti al faro Mangiabarche, che si trova nel sud-ovest della Sardegna, davanti alla costa nord-occidentale dell’isola di Sant’Antioco, nel territorio comunale di Calasetta. Non come sfondo. Come presenza.

Testo e fotografia di Dario Sequi
Non tutte le fotografie si prendono.
Alcune si aspettano.
Mangiabarche, per me, è uno di quei luoghi con cui si prende appuntamento.
Non ci vado per portare via un’immagine.
Ci torno per capire se, anche stavolta, vorrà mostrarsi.
Ci sono giorni in cui il cielo, ripulito dal Maestrale o dalla Tramontana, si apre.
Il mare rallenta.
La luce entra nell’acqua e ne tira fuori i colori più vivi.
In quei momenti il faro cambia tono.
Indossa le sue strisce chiare e scure con una precisione quasi severa.
Sembra lì a sorvegliare tutto.
Quasi fosse il bagnino del mare.
Poi ci sono i giorni del vento duro.
Quelli in cui la costa viene frustata e l’acqua non concede tregua.
Lì Mangiabarche mostra un altro carattere.
Non è più solo una presenza.
Diventa una resistenza.
Le onde gli esplodono addosso.
L’acqua sale, si apre in bianco, ricade.
Il mare alza la voce.
Lui resta.
È questa la parte che mi interessa di più.
Non l’immagine da cartolina.
Ma il punto in cui un luogo smette di essere bello e comincia a essere vero.
Durante una mareggiata il faro non sembra soltanto un segnale.
Sembra un presidio.
Quasi un paladino che prova a difendere la linea tra la terra e il mare.
Sono due momenti opposti.
Ma non contrari.
Si completano.
La quiete mostra la forma.
Il vento misura il carattere.
Questa fotografia del faro Mangiabarche nasce qui.
In mezzo a questa tensione.
Quando arrivo da fotografo, so già che la fretta serve a poco.
Scattare a raffica, davanti a luoghi così, è spesso un modo per restare in superficie.
Io preferisco aspettare.
Aspettare che il mare trovi il suo passo.
Che l’onda salga dove deve salire.
Che il faro smetta di essere un soggetto e torni a essere una presenza.
Per me è una forma di rispetto.
Per il luogo.
Per il tempo.
Per quello che un’immagine può tenere dentro, ma solo se non la si forza.
Forse è anche per questo che ho scelto proprio questa foto per gennaio.
Gennaio non chiede rumore.
Chiede struttura.
È un mese che mette le cose alla prova.
E quello che resta in piedi cambia significato.
Mangiabarche, sotto il vento, parla anche di questo.
Io continuo a tornarci.
Perché ogni volta cambia il mare.
Cambia la luce.
Cambio anch’io.
E allora aspetto.
Non il momento perfetto.
Il momento vero.
Davanti a certi luoghi non si decide molto.
Si resta.
Si guarda.
Poi, forse, arriva il loro momento.
E quando arriva, capisci che non hai fermato soltanto un’immagine.
Hai ascoltato un luogo.
Dario Sequi